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"Ha abusato di due bimbe, serve una condanna esemplare"


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Storia

NUORO (Nùgorum) città della Sardegna, capo luogo della provincia e del distretto del suo nome, era già compreso nell’antico regno della Gallura.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 19' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 14'.

Siede in un’appendice del grande altipiano della Barbagia Bithi presso alla falda occidentale del monte Ortovene, che è capo d’una catena di colline, stendentisi verso il levante, sopra il terreno sabbioso delle roccie granitiche, dalle quali si compone la massa di queste montagne

Il suo orizzonte chiuso dal detto Ortovene a levante è aperto alle altre parti, perchè la vista si può distendere a lunghissimo raggio sino a’ lontani suoi termini delle eminenze della Barbagia Ollolai, e de’ monti del Goceano. Vi dominano tutti i venti eccettuati quelli d’oriente: le tempeste vi son frequenti nella primavera ed estate, e nell’inverno le nevi, che talvolta restano a coprire il suolo per più giorni. Il levante e il grecale soglion dare la pioggia, la quale comincia a venire per l’ordinario dopo la metà d’agosto spesso preceduta o seguitata dalla nebbia, che è sempre innocua. Nell’estate il calore, che in qualche anno è di pochi giorni, è assai forte se non si temperi da’ venti, e nell’inverno molto sentito il freddo. Nella prima stagione il termometro segna talvolta il 28°, nell’inverno l’ordinario limite è di 5 in certi giorni e in certe ore

-4. Il ghiaccio non può ispessire più di 0,03. Le variazioni di temperatura in tempo estivo, primaverile e autunnale per l’influenza del vento cangiante sono molto notevoli e causa agli imprudenti, che non hanno sempre ben difesa la persona e non sono preparati a siffatti squilibri, di raffreddori e di infiammazioni pericolose. Accade nell’agosto che debbasi riprendere il mantello d’inverno, e allora piace restar intorno al focolare come nel dicembre.

L’aria è in ogni tempo pura di miasmi, non sorgendo fin là dalle basse valli i maligni effluvi, che vi si possono generare.

Il materiale delle abitazioni non è molto elegante, e appare ancora agli stranieri non poco della rozzezza antica, e la novità della miglior condizione, alla quale sorse questo comune con i privilegi di municipio, che ottenne dal re Carlo Alberto. Le case formate tutte di granito non hanno la maggior parte che il pian terreno col cortile davanti, dove si tengono a stalla i giumenti, e si accatastano le legna. Il numero delle medesime si può computare di circa 845.

Non v’ha che una sola piazza, detta di s. Giovanni, dove si fa il mercato, quasi in mezzo della città.

Cominciasi però a veder edifizi di bell’arte e di gentil aspetto, e fra non molto sarà compita la nuova cattedrale. Il paese è diviso in due parti da una gran via, che nel dialetto sardo dicono Via-majore. Sebbene nè questa nè altre minori sieno selciate, nonpertanto per la sunnotata natura del suolo sono poco polverose nell’estate; e non sarebbero in nessuna parte fangose nell’inverno se si inclinasse il suolo in certi siti, e non si lasciassero vagare i porci e i giumenti. Ma queste brutture si toglieranno, e sarà poi con util consiglio sparso ne’ predi il letame, che si accumula alle uscite del paese.

Popolazione. Il numero de’ cittadini di Nuoro è approssimativamente quanto notammo nel prospetto della provincia, (pag. 653) [vedi, in questo vol., p. 56, N.d.R.], cioè di anime 3755 distribuite in famiglie 825, e distinte in maggiori d’anni 20, maschi 870, femmine 980, e in minori, maschi 980, femmine 1020.

Professioni. Di tanto numero d’uomini 750 sono applicati specialmente alla cultura del terreno, 450 all’educazione del bestiame, come fu già indicato nella tabella dello stato attuale dell’agricoltura (pag. 667) [vedi, in questo vol., p. 74, N.d.R.]. Ne’ mestieri si possono numerare fabbri ferrari 10, falegnami d’opere grosse e gentili 20, muratori 25, sarti 8, scarpari 22.

Si possono quindi indicare due casati nobili, i Nieddu divisi in tre famiglie, e i Galisai. I primi sono già di antica nobiltà, e vantano alcuni della loro genealogia, che meritarono favori e onori da’ Re Cattolici per i loro servigi, tra gli altri Gio. Nieddu Pugione, che Carlo in suo diploma del 1711 loda benemerito della corona in pace e in guerra; Giovanni di lui padre capitano delle cavallerie di Nuoro nelle frequenti invasioni de’ barbareschi; Pietro Nieddu-Guiso, avolo suo parimenti capitano di cavalleria; quindi Pietro Nieddu Guiso figlio di Carlo, e comandante della cavalleria nuorese, che molto si distinse nella invasione, che i nemici di Carlo fautori di Filippo fecero in Terranova.

In Nuoro fiorì per gran tempo un ramo della principale famiglia sarda de’ Manca, e tra’ molti nominerò Antonio Manca Penduccio. Il re Filippo (1654) gli concedeva de’ privilegi per rispetto a’ suoi meriti, e per riguardo alla stirpe da cui proveniva. Con i Manca fiorirono pure i Pirella, i Guiso, i Minutili, i Satta…

I notai sono in notevole numero (35 incirca), perchè è questa la professione, cui si dedicano quelli che amano il far niente. Il loro ozio però è pernicioso al pubblico.

Degli ufficiali di sanità, medici, chirurghi, flebotomi, farmacisti, abbiam già parlato nel prospetto.

Mancano affatto le levatrici, perchè la loro professione si reputa qui pure, come in tanti altri luoghi, disonesta.

Forse non meno di 100 persone danno opera al negozio, e comprano i prodotti agrari e pastorali da questo e dai prossimi luoghi per poi rivenderli ne’ prossimi dipartimenti o nel porto di Orosei.

Sono in attività non meno di 300 telai dell’antica forma per la tessitura delle tele e del panno forese, e vendesi il superfluo a’ bisogni domestici principalmente nella fiera che si celebra per la N. Donna delle grazie.

Istruzione. La scuola primaria è frequentata spesso da circa 100 ragazzi, ed ora è tenuta da un maestro, che ha fatto lo studio della metodica. Fino a questo tempo pochissimo è stato il frutto che si ottenne da questo primario insegnamento; quanto sia poi lo vedremo.

Il ginnasio ha tutte le classi di grammatica e di belle lettere, e i tre maestri hanno ciascuna doppia classe. I grammatici e rettorici, parte giovani nuoresi, parte delle terre vicine, saranno in circa altri cento. Lo stipendio de’ maestri proviene da un assegnamento, che fece Carlo Felice alle scuole sopra i beni che gli antichi gesuiti possedevano nel territorio, e consistevano in un oliveto, due tanche, e molte terre aperte; e da una somma solita a pagarsi dalla cassa comunale: alle quali parti in tempo del già defunto amministratore Apostolico della diocesi, monsignor Bua, aggiunge-vasi il prodotto della dispensa per le penali (di scudi 4) incorse per la coabitazione de’ fidanzati.

Nel seminario tienesi scuola di filosofia, da che per lo stipendio del professore fu dalla comunità ceduto un territorio, il cui fitto produceva la somma necessaria. Vi si tiene pure scuola di teologia dal canonico penitenziere per la parte morale, dal canonico teologale per la dommatica, come è stato ordinato per bolla pontificia.

Anche nel convento de’ frati (dei quali in seguito) s’insegna la filosofia.

Le ordinarie malattie de’ nuoresi sono, febbri perniciose e intermittenti, e infiammazioni, cagionate le prime dalla mal’aria respirata nelle regioni basse del Cedrino o in altre valli, le altre dalla mobilissima temperatura.

Si vedono pochi longevi, dopochè si è da molti dimesso l’uso delle vesti nazionali per prendere le forme barbare, che alcuni progressisti stupidi lodano civilissime. Forse vive ancora un vecchio, che nel 1842 era giunto al suo novantacinquesimo anno, intero delle facoltà mentali, ma cieco e da circa quattro lustri languente di corpo.

Nella classe comoda il vitto è quale si usa nelle città, nel rimanente si mangia pane d’orzo o di frumento mescolato a patate, legumi, ecc.

Particolarità sopra i nuoresi. Del carattere morale de’ medesimi essendosi già detto quanto si potea dire, or diremo dell’altre cose notevoli.

I nuoresi coltivavano come i popoli vicini la barba, ma dopo il 1836, quando il loro comune fu costituito in municipio, i consiglieri cedendo alle suggestioni di persona autorevole, che stimava cosa troppo villana e indizio d’uom silvestre la barba, posero una multa per quelli che non si radessero, e molti si rasero. Si ripetè poscia a quelli che erano troppo tenaci delle avite maniere lo stesso comando nel 1843, tutti i menti furono denudati dell’antico decoro. Ma perchè poco dopo fu disapprovato da rispettabilissima autorità cotesto malvezzo di abolire le antiche costumanze nazionali per ridicole novità, però suppongo che non pochi sieno ritornati nell’uso de’ loro maggiori.

Tra le altre ordinazioni de’ signori del consiglio civico era comandato alle donne del popolo, che dimettessero nelle gonnelle il colore bigio, che aveano sempre usato, e le tingessero in rosso; ma le indocili fecero le sorde, se pur non si risero dell’ordinazione, e l’antico color nuorese fu conservato.

Nella foggia del vestire degli uomini e delle donne non sono differenze notevoli dalla maniera comune de’ Logudoresi.

Gli uomini vestono il cappotto, e usano le brache corte e a campana sopra calze larghe di lino che scendono fino alla mezza gamba or sciolte, or rinchiuse ne’ borsacchini. Il giubbone è di scarlatto adorno nelle costure e negli orli di nastro di seta tinto di rosa, e foderato di velluto azzurro in modo che si possa alternare il colore, or ponendo fuori il rosso ed ora l’azzurro. I giovani coltivano con molto studio la capellatura che lascian cadere in grandi ciocche su gli omeri e il dorso, se pure non le fermino nell’addoppiatura della berretta.

Abbiam notato il color ordinario che piace alle donne; ma quando si parano a festa usano il colore rosso-scuro, e allora si distinguono anche per questo dalle povere che seguono a portare il panno bigio. Il giubbone che esse vestono ha le maniche aperte fino al gomito, nel qual tratto si stringono da molti bottoni d’argento a doppia fila pendenti da catenelle: la falda del medesimo è divisa in tre alette, slargantisi fino all’estremità sopra i lombi e i fianchi. Le spose hanno il medesimo di color porporino, ma chiuso sino a’ polsi, donde pendono dieci bottoni di filigrana a doppio ordine, e adorno ad uno ed altro petto di altri sei che pendono; su questo poi adattasi una piccola giubba di broccato or di uno or di altro colore. Le gonnelle che tondeggiano su’ fianchi a differenza delle gonnelle cadenti delle donne bittesi, hanno nella parte superiore quasi una cintura (s’istenta), larga poco meno d’una spanna, formata dall’aggrinzamento del panno, che giugne da un fianco sull’altro per i lombi, essendo poche le grinze anteriori, e sono fregiate al lembo di quattro cerchi di nastri di vario colore. Il capo delle medesime si ricinge da una bianca benda larga d’un palmo, e lunga tanto che penda sull’omero destro.

La benda portasi anche dalle altre donne, e quelle che sono in duolo la portano nera, e di giallo oscuro per mezzo lutto.

Nelle sere de’ giorni festivi (eccettuato l’avvento e la quaresima) quando son finiti gli uffici divini, i popolani intrecciano la danza e girano allegrissimi all’armonia del canto. Nelle feste di gran concorso ballasi anche di mattino.

Nel carnevale il loro teatro è in sos seranos, sale aperte alla ricreazione pubblica, dove intervengono le donne con maschera o senza e si balla. L’orchestra è ristretta al tamburo.

Ne’ funerali de’ nuoresi è già mancata la voce dolorosa delle attitatrici, e il compianto poetico delle madri e delle sorelle e altre parenti intorno al feretro del caro estinto: ma fu d’uopo fulminar le censure contro questa antichissima pratica. Usano le donne nuoresi nel quindici d’agosto fare sas cocas, specie di focaccie, e nel primo dell’anno su candelarju, che è un pane sopraffino, lavorato con molta arte.

Territorio. L’agro nuorese si può in sua superficie computare di circa 50 miglia quadrate, metà piana, metà montuosa e sparsa di boschi.

Le regioni piane sono tre, e son dette Marreri, Corte, Baddemanna.

La più notevole eminenza è quella che indicammo di Ortovene, dalla cui sommità lo sguardo comprende intorno un amplissimo cerchio e spingesi molto avanti sul mar tirreno. Questo monte è di una considerevole massa che si avanza tra due grandi vallate, quelle di Marreri e d’Oliena, e comincia dalla così detta Janna (porta) di Vìrrola avanzandosi in lunga catena (serra) sino alla valle di Sporosile, dove si appoggia al pianoro di Nuoro, sul quale sorgono all’austro di Nuoro il colle di S. Marina tra Sporosile e Baddemanna, quindi su questa seconda valle Cuculio e Biscollai, e sulla valletta di Obisti Ogolio.

In questi tre siti frequentavano e frequentano i banditi, ma molto men numerosi che in altri tempi.

Delle valli la principale è quella che dicono di Marreri, la quale è un seno tra il pianoro di Bithi e questo di Nuoro; quindi quella di Grùmene ad austro. Nella regione montuosa sono in fasci immensi i lecci, in grandissimo numero i roveri e le quercie, e gli alberi sono prosperi in molti luoghi e di gran corpo. Se in altri tempi l’incendio non avesse fatto grandi guasti, queste due selve darebbero frutto a dieci volte più degli animali che or vi possono ingrassare. La situazione delle medesime potrà poi render il taglio assai lucroso. Di queste selve le più popolate e produttive sono, quella che dicesi di Lughèlis, che non si circuisce in meno di ore tre e mezzo; e quella di Ortovène che è di maggior circonferenza. Una ed altra occupano un quinto incirca di tutto il territorio, e possono nutrire più di cinque mila capi.

Acque. I salti di Nuoro sono mediocremente ricchi d’acque. Le fonti più prossime al paese sono dette, una di Irilai, l’altra di Obisti, ambe a settentrione; la terza di Gugurigài o Gurguriai a levante; la quarta di Istherite a ponente, la quale è più liberale delle altre. I cittadini bevono dalle medesime più volentieri, che dalle vene sotterranee de’ pozzi, scavati nel paese entro ogni cortile. Dopo queste sono a notare le due fonti di Tuccurai.

Dall’Ortovene scende in Sporosile il rio di Sèuna e con molto rumore nella stagion piovosa, al quale poi si aggiunge un rivoletto dello stesso monte che vien giù per un canale boscoso. Scorre in Baddemanna un ruscello originato dalla fontana che dicono del Convento e dall’acqua del suindicato Istherite, che si uniscono dopo aver bagnate le opposte falde d’un promontorio che avanzasi nella valle. Lo Sporosile e questo fiumicello entrano in un letto comune alla estremità del colle di S. Marina, e vanno a gittarsi nel rio d’Oliena.

Più assai considerevoli di questo sono i due rivi che nascono ne’ salti a maestro-tramontana del paese, e scorrono in vie contrarie, il Marreri a levante, il Malatho a ponente. Il primo, detto comunemente su rivu de’ sos cavaddaris (perchè in tempo di pioggia non si guada che su’ cavalli) principia sotto il nome di rio S. Andrea, riceve quindi a destra il ruscello di Planu de Quercu da’ salti d’Oruni, l’Ospai da quei di Lollove, il Lòrono, poi l’Ogiastru-mannu dall’Orunese, quindi il Rio-torto dalle valli di Lula presso la chiesa di s. Giuseppe in Isarli; a sinistra dalle pendici boreali di Ortovene il Lolloe, il Dilighinore e il Murone, il Locotino e alcune piccole acque dal Monteregiu e Monteplanu frapposti al passo detto Janna de Vìrrola, dove forse passava una delle antiche strade notate nell’Itinerario di Antonino: esso divide i salti di Nuoro da quelli di Orune; il secondo ha maggior corrente e soventi vieta il passaggio e il commercio col Goceano e col Marghine. Anche in estate dopo alcun temporale esso è pericolosissimo per l’enorme sua gonfiezza da’ troppi torrenti.

Le acque scorrono quasi tutte inutili, perchè a pochi orti si fan servire e non volgono alcuna ruota di molino per la farina del panificio.

In tutto il territorio non sono che alcune paludette vive solamente d’inverno.

Selvaggiume. I daini, cervi e cignali molto numerosi ne’ salti sono spesso assaliti da grosse compagnie di cacciatori. Le lepri vedonsi moltiplicate a dismisura e si prendono alla rete ne’ greppi de’ possessi; le martore sono frequenti, e le volpi escono da ogni parte a nocumento delle greggie e delle vigne.

Negli stessi luoghi frequentano i grandi uccelli di rapina, e le specie gentili, i merli, i tordi, le tortorelle, le pernici, le beccaccie con gli uccellini di canto. Infinita è poi la famiglia de’ passeri sì che molto danneggi alle messi, e compariscono a grandi sciami gli stornelli a scemare la vendemmia e la raccolta delle olive.

Alcune specie di uccelli acquatici galleggiano sulle acque ferme e correnti.

Agricoltura. Il terreno nuorese vuolsi più atto all’orzo, che al frumento, e però la quantità che si semina della prima specie è di molto superiore a quanto si semina della seconda, come si può vedere nella tabella dello stato agrario (pag. 667) [vedi p. 74, N.d.R.].

Gli agricoltori, la cui professione era per l’addietro disprezzata, or sono venuti in onore, e si può sperare che si faranno di progressi per i lumi che si acquisteranno.

La fruttificazione ordinaria de’ seminati è del 12 per l’orzo, dell’8 per il frumento, del 10 per le fave. In alcune terre, e nominatamente ne’ campi di Baddemanna, la fertilità suol essere tre o quattro volte maggiore.

I narboni, cioè le terre impinguate delle ceneri de’ vegetali che le coprivano, e lavorate con la zappa, danno il 20 e il 30 del seminato. Una terza parte della seminagione si fa in questo modo.

La cultura de’ legumi va a farsi considerevole. Il canape occupa piccoli terreni. Di lino se ne possono raccogliere circa 4000 manipoli, e si può calcolare che la fibra dia libbre 10000.

I fruttiferi sono in gran numero, e cresce giornalmente la cultura degli olivi. La suindicata regione di Baddemanna detta con ragione Valle dell’oro, ben riparata da’ venti più nocivi alla vegetazione, ha moltissimi oliveti, antichi e novelli, meravigliosamente prosperi.

Il numero degli individui di questa specie si computò in tutti gli oliveti, che sono circa 600 tra grandi e piccoli, non minore di 90,000.

Nel tempo della raccolta sono continuamente adoperati cinque molini, le olive danno men d’olio che altrove, ma di maggior bontà, che però è preferito da molti al migliore che vendono i bosani nella provincia. Se si perfezionano i metodi, questo prodotto sarà pregiato anche dagli esteri.

Intanto le donne del popolo continuano come quelle di Oliena a spremere le coccole del lentisco, e si servono di quell’olio per gli usi domestici, vendendo il restante.

Cominciasi a intendere il profitto che puossi avere da’ gelsi, ma mentre alcuni con diligenza si applicano a crescerne il numero e a ben educarli, altri usano grand’arte a sfogliarli furtivamente per nutrire i loro bachi. La coltivazione di questa pianta è da tempo immemorabile, come abbiam già accennato in questo dipartimento, e la tradizione dell’arte di trattar la seta per fazzoletti, calzette e bende è parimente antica. Or è però cresciuta questa industria a più doppi, e il lucro animerà di più i cultori.

I vignajuoli nuoresi nell’anzidetta felicissima regione non hanno da invidiare a’ be’ predi di Oliena, e i vini sono così eccellenti come quelli di cotesto paese, giustamente famoso in Sardegna per il prodotto delle sue viti. Ma la vendemmia non dà ancora il sufficiente a’ popolani, che bevono molto volentieri i buoni vini, come bevono i liquori e il caffè.

Le vigne, gli orti, i chiusi e le tanche occupano poco men che la metà di tutto il territorio.

Pastorizia. Della ordinaria quantità del bestiame manso e rude, che pasce a’ nuoresi ne’ loro salti si è già parlato, ed il lettore può ora rivedere la tabella dello stato attuale della pastorizia.

I pascoli sono abbondantissimi in questo territorio, e se le stagioni non corrono troppo contrarie a’ voti de’ pastori, gli armenti e le greggie non hanno da patire per scarsezza.

Il bestiame domito pascola in un amplissimo prato chiuso, che è di spettanza del comune, il rude ne’ prati aperti e nelle tanche.

I salti sono divisi da tempo antico in regioni pastorali o cussorgie, e ogni pastore vi edifica di tronchi e rami la sua capanna (sa pinnetta).

L’arte de’ pastori è tutta di antiche tradizioni, e non so se alcuno abbia introdotto alcuna novità nella manipolazione de’ formaggi.

Nessun veterinario di professione si trova in tutta la provincia, e i maniscalchi danno quasi alla cieca alcuni rimedi alle bestie malate.

L’apicultura non è trascurata; ma non si dee tacere che si opera senz’arte. Il numero de’ bugni è di alcune migliaja.

Commercio. Si è indicato quanti sieno addetti a mercantare. I principali articoli sono i prodotti agrari, grano, orzo, legumi, olio; e i prodotti pastorali, formaggi, che si depongono in Orosei per venderli a’ napoletani, a’ genovesi, e agli isolani della Maddalena; lane e cuoi che si vendono nell’interno, il lardo e il bestiame da macello che si dà a’ negozianti del paese di altri dipartimenti. I prodotti dell’industria sono una menoma parte, e tra essi la parte più considerevole sono i tessuti di lana e di lino. Il prodotto totale di tutti questi rami si può valutare di circa 150,000 lire nuove.

Le vie a’ vicini paesi non sono in tutte parti carreggiabili, e devesi nelle più fare il trasporto sul dorso de’ giumenti. Le distanze sono le seguenti a ore di viaggio a passo di pedone. A Oliena ore 2; a Orgosolo 3; a Dorgali 5; a Lollove 2; a Oruni 3; a Galtelli 6 1/2; a Orani 4; a Orotelli 5; a Orosei 7 1/2.

La strada provinciale è per farsi, e agevolate così le comunicazioni, la prosperità di questa provincia crescerà.

Religione. La sede dell’antica diocesi di Galtelli nel ristabilimento, che nel secolo passato si fece del vescovado, fu posta in questo paese.

Il capitolo consta di dodici canonici, de’ quali uno è paroco, l’altro penitenziere, il terzo teologale, il quarto ha la dignità di arciprete. Ne’ medesimi sono compresi cinque canonici patronali. Vi sono poi otto beneficiati, tre de’ quali vice-parochi, uno sacrista maggiore, e gli altri quattro cantori.

Dalle decime posson avere: l’arciprete lire nuove 3250, il paroco 2500, gli altri 1000 per ciascuno, i beneficiati 500.

Nella città il clero non conta meno di 50 individui.

La nuova cattedrale, fatta cominciare nel 1836 da monsignor Bua, non anderà molto che sia consacrata al divino servigio. Essa avrà tre cappelle per fianco e il cappellone, e nella facciata tre porte, e due campanili. Il disegno barocco fatto da persona pochissimo intelligente della scienza architettonica fu riformato. Attualmente serve di cattedrale la chiesa di s. Maria ad Nives di forma antica ristorata in diverso stile.

Le chiese minori sono: una dedicata alla N. D. delle grazie, che è la più frequentata; l’altra alla N. D. del monte Carmelo; la terza a s. Giovanni Battista; la quarta a s. Lucifero; la quinta al Salvatore; la sesta a s. Orso-la; la settima alla Vergine Purissima. Dopo le quali indicherò i tre oratorii, denominati, uno dalla s. Croce, il secondo da s. Carlo, il terzo dalla Santissima Vergine del Rosario, in ciascuno de’ quali officia una confraternita.

Le principali solennità con numeroso concorso dalle vicine contrade, sono per la Trasfigurazione del Signore addì 6 agosto, e per la N. D. delle grazie addì 21 novembre. A questa viene una folla maggiore, e in tal occasione si tiene una fiera che è delle più considerevoli.

In Nuoro è istituito fin dal 1593 un convento abitato da circa 25 frati minori, i quali danno qualche ajuto a’ viceparochi. Presso al medesimo sono due orti ben coltivati, e due tanche dove nutrono il bestiame domito. La pietà dei nuoresi e dei prossimi popoli provvede abbondantemente a quei religiosi.

Il fondatore del medesimo fu Gabriele Manca, come leggesi in un marmo presso alla porta della chiesa alla parte sinistra – Questo tempio col cenobio dedicato a s. Francesco – Per se e per i suoi posteri – E per l’anima del reverendo – Bartolommeo Manca – Già pievano di questo paese – Eresse da’ fondamenti – Gabriele Manca nell’anno del Signore – MDIIII.

Questo dev’essere l’anno, in cui terminossi l’edifizio; nell’altro, che posi all’istituzione e ricavai dalle memorie di P. Pacifico, del quale parlai nell’articolo Fonni, si deve esser stipulato lo stabilimento di quei religiosi.

Fuori della città sono varie cappelle, la S. D. della solitudine a un quarto di miglio dal paese; s. Marina e s. Onofrio; la N. D. di Valverde fabbricata da circa 200 anni e dotata da certo Antonio Sulis-Ruju con una tanca ghiandifera, un armento di vacche. In questa festeggiasi due volte all’anno, la prima nella domenica in Albis, la seconda addì 6 settembre a spese de’ discendenti di esso Sulis divisi in quattro famiglie. È poi da indicare la chiesa del monte distante un’ora e mezzo dal paese, sul dorso piano dell’Ortovene, ivi fatta già a spese di Melchior, maestro di s. teologia e canonico cagliaritano, e de’ suoi fratelli Giannangelo e Pier Paolo Pirella, come dice la iscrizione, nella quale si soggiunge che tutto l’edifizio fu compito in giorni 30, in onor di Dio e della B. Vergine del monte nel 1608 addì 26 aprile.

Dicesi per ragion del fatto sunnarrato, che il prenominato canonico, poi vescovo d’Iglesias, avendo patito pericolosa burrasca nel tirreno avesse fatto voto, dove Iddio per la intercessione della SS. Vergine lo volesse salvo, di ergere una cappella sul monte che primo avrebbe riconosciuto sulle coste dell’isola, e che scoprisse il monte della sua patria.

È in essa un solo altare e un quadro della B. Vergine, nel quale è rappresentato il fondatore nel suo abito vescovile e postovi il simbolo di casa Pirella, che è un pero con tre stelle su campo rosso. Lo stesso stemma è negli indumenti sacerdotali da lui donati. A basso di questa chiesa è la fonte che dicono di Solotsi, che scorre al rio di Seuna.

Qui si celebrano i divini ufficii in uno de’ mesi di primavera con intervento delle tre venerabili confraternite de’ suindicati oratorii e de’ preti e frati.

Dopo queste erano altre chiese silvestri, s. Michele nel prato bovinale a ponente, s. Angelo e s. Barbara ad austro, s. Giacomo, s. Teodoro, e la N. D. d’Istria a levante, le quali nel secolo scorso per provvidenza di monsignor Serra, vescovo di Nuoro, furono esurate. È da notare che presso la ultima notata cappella abitarono già alcuni religiosi, e sono ancora osservate le vestigie delle celle.

Popolazioni antiche. Vedonsi vestigie nel luogo detto Sedda Ortai, e pajono essere d’un’antica fortezza. Alcuni pastori scavando nelle vicinanze, scoprirono alcuni cannoni di piombo, che furono per acquidotto, e varie altre anticaglie. In Sadìri, in Ivana, in Muraapertu, furono trovate fondamenta e medaglie romane. Più chiare sono siffatte orme alla falda dell’Ortovene, incontro al paese, nel luogo detto Seùna. È antica tradizione che ivi esistesse una popolazione, e si riferisce al tempo della regina Leonora, al giudizio della quale i vicini di Seunesi e di Nuoro sottomisero i loro rispettivi diritti sul ghiandifero di Ortovene. Si sa che la parrocchia di Seuna era dedicata a s. Gemiliano. E continuando a considerare le tradizioni, diremo che forse è vero, che i seunesi concorressero poi per ricevervi i sacramenti nella chiesa di s. Leonardo, ora chiesa del Carmelo, la quale resse poi gli onori di chiesa maggiore alla vecchia cattedrale presso una selva di lecci e la fontana detta di Logudore; e potrebbesi da questo inferire, che i seunesi e nuoresi erano due frazioni d’un sol popolo, e i primi si confondessero poi coi secondi.

Un altro popolo pare sia stato all’estremità de’ salti di Nuoro con quelli di Orune, forse chiamata col nome che ritiene ancora il sito di Loddune. In monte Burtei a mezzo miglio di distanza dalla popolazione sono vedute fondamenta, e fu dissotterrata una campana. Una campana pure si trovò in Toddotana a circa 2 miglia e mezzo, palle di ferro, e varie altre cose. Finalmente in Baddimanna nel sito detto Planu de bidda fu già un popolo.

Costruzioni noraciche. Sono in tutto il territorio di Nuoro non meno di sedici norachi o nuraghi; Ogolìo nell’indicata eminenza; nur. dessa tanca manna in altro poggio; Soddudeo verso ponente; nur. de Funtana de lite; nur. de pradu de Leo; nur. de monte Burtei quasi del tutto rovinato; i tre norachi che sono nel sito detto Dorgodori inter-nuraches, prossimi rispettivamente di poche centinaja di passi; il nur. della Murichessa poco men che distrutto; il nur. de Corti benissimo conservato; e il nur. Nuschèle posto a ponente su d’un poggio, donde si vede tutto il Goceano; il nur. de Costiolu, che ha prossima una delle così dette sepolture di giganti, e un’altra minore che parrebbe per corpo di ordinaria statura, che dicono la sepoltura de’ gigli, perchè questi fiori che non si vedono in altra parte del territorio, qui si mostrano nella propria stagione, e danno causa a favole; finalmente i nur. de Loddunu e de s’Abbaviva, e su Nuratolu in Ortovene.

Nel prato e luogo detto sa Sedda de su Caprafigu trovasi un’altra sepoltura di giganti.

L’entrata in queste costruzioni è così bassa che un uomo non possa penetrarvi, che carpone. L’ultimo che notammo meriterebbe la visita d’un archeologo, dove essendo (come si dice) entrato un curioso, e avendo rovesciato una grossa lapide ritta vide aperta una cameruccia, nel cui suolo, dove era un buco, potè introdurre un lungo bastone senza trovar ostacolo.

Amministrazioni. Le cose del municipio sono governate da certo numero di consiglieri di prima classe e altri di seconda classe, presieduti dal sindaco.

La prefettura componesi di un prefetto, quattro assessori, un avvocato fiscale e suo sostituito, un avvocato de’ poveri, un segretaro, un procurator fiscale e un procurator de’ poveri.

Sotto questa prefettura sono 12 mandamenti, Nuoro, Bithi, Gavoi, Fonni, Orani, Bono, Siniscola, Dorgali, Bolothana, Sorgono, Tonara, Aritzo. Ne’ mandamenti dice la ragione un giudice assistito da uno o da due segretari secondo la ordinaria quantità delle cause.

L’intendenza della provincia di Nuoro si tiene da un intendente con l’assistenza d’un segretaro; la tesoreria da un solo ufficiale che riceve da sette esattorie.

La piazza ha un comandante ed un ajutante maggiore.

Il battaglione delle milizie della provincia un particolar comandante.

Per le poste è posto nella città un direttore di IV classe.

Per i monti di soccorso vi è stabilita una giunta diocesana e posto un censore diocesano, che è insieme segretario della giunta.

Sedizione de’ provinciali di Nuoro contro le chiudende nel 1832. Quando il re Carlo Felice favoreggiando le proprietà private, come base d’una buona cultura, permetteva con apposito R. editto la chiusura de’ terreni di legittima ed incontrovertibile pertinenza, tutti i nuoresi benedissero a quel felice augusto pensiero e sperarono un pronto incremento di fortune. Nel tempo istesso, che il ricco avea luogo a migliorare la condizione del suo patrimonio, il povero trovava il mezzo di impiegar la sua opera in beneficio proprio.

Avendo in conformità della legge alcuni proprie-tari chiuso i loro terreni, il pastore cominciò a maledire irreligiosamente l’editto delle chiudende, e a cercar modo a reprimere l’ambizione di alcuni chiudenti e ad avvantaggiare il suo interesse, che vedeva in notevole decremento con la tolta comunanza territoriale e con la diminuzione del pascolo, invocando però le leggi e quella principalmente, dalla quale i proprie-tari delle tanche sono comandati di introdurvi i propri armenti. Queste doglianze furono dall’ufficio economico della provincia ritrovate giuste, non pertanto l’invocata legge restò inerte.

La violazione di quel disposto di legge, e poi la sussistenza delle usurpazioni fatte in onta dell’altrui diritto, con incomodo e danno che dovette patire il pubblico per fonti rinchiuse, sentieri impediti, e boschi vietati, esasperò gli animi; e in questo alcuni de’ più autorevoli del paese, o per invidia dell’improsperimento di quelle famiglie, che chiudevano lati fondi,

o per stupido rispetto alle antiche maniere, avendo con le loro parole rivelato a’ peritosi, che potevano con la propria forza distruggere l’iniquità, i pastori nuoresi, correndo l’estate del 1832, fecero alleanza giurata con alcuni agricoltori e con persone malvage e pronte a’ delitti per demolire i chiostri delle tanche.

Fu nelle tenebre della notte che cominciò il movimento sedizioso, come fu poscia sempre fra l’ombre, che si continuò la barbarica impresa. Si fece un grosso attruppamento, e incoraggiatisi gli uni gli altri, si sparsero nel salto armati di pali per far leva alla demolizione deliberata; quindi una moltitudine di donne, come erano state consigliate di fare, si presentò tumultuariamente all’arcivescovo Bua, instancabile confortatore delle chiusure, per supplicarlo de’ suoi valevoli officii presso il governo contro gli abusi.

Il fatto de’ nuoresi fu subito imitato in Oliena, Mamojada, Dorgali, Sarule, Benetutti, Ilorai ecc., e in alcuni luoghi alla violenza delle mani si aggiunse la forza del fuoco, e si eccitarono incendi dannosissimi, principalmente in Benetutti, dove molto patirono i ghiandiferi e le vigne.

Conscio di questo delittuoso operato, il superior governo si pose subito in opera a frenare i malefici, e mandò sul luogo una delegazione militare mista con pieno potere. Il capo della delegazione vedendo quant’erano concitati gli animi, andò temperato, massime nella difficoltà di riconoscere i principali motori; e non cangiò tenore nè pure quando cominciò a riconoscerli, essendo tra questi parecchi grandi possessori di tanche, che non voleano che gli altri, chiudendo i propri terreni, diventassero loro eguali. Un’altra volta le donne furono poste in movimento, e presentatesi al suindicato capo domandaron giustizia contro gli usurpatori.

Vide allora il V. R. la necessità di operare con tutto rigore contro i sediziosi, rimpiazzò la detta delegazione con una commessione presieduta da un giudice della R. udienza, mandando con la medesima una sufficiente forza.

L’apparizione de’ commessari e de’ soldati fece, che coloro i quali erano consci di operazioni degne di pena, uscissero in campagna.

Da questi e loro congiunti e amici si sparsero subito male voci contro i commessari, che si accusavano a voce e in scritto di abusare dell’arbitrio che avevano, di non sostenere col costume la dignità del loro carattere, di insultare alla pubblica mestizia con baldorie, danze, banchetti, e con altri disordini, di donare a persone indegne e turpi le cose mal tolte alle famiglie perseguitate, di rovinare le fortune dei calunniati, vendendo a vil prezzo le proprietà de’ medesimi per rimunerarsi della loro opera, di ascoltare e secondare le private passioni, di operare imprudentemente comandando gli arresti e di condannare senza maturo giudizio.

Speravano che le gravissime imputazioni moverebbero il governo a richiamare i deputati, o almeno a moderare il loro zelo; ma fallì la loro speranza, e i commessari proseguirono il loro ufficio. Egli è vero, che un tal Mulas di Benetutti, condannato a pena gravissima, fu poi in giudizio ordinario rimandato libero senz’altro danno, che quello che avea patito nel suo bene, e pure nella persona per un colpo di fuoco che ricevette fuggendo da’ cavalleggeri; ma giova far sapere, che la condanna era in contumacia; ed altronde non può essere altrimenti, che nelle commessioni i rei sieno giudicati da commessarii piuttosto che da giudici. Del rimanente le persone scelte erano superiori alla calunnia.

Conseguì alle accuse, che alcuni accusati si vendicassero sopra i loro maligni accusatori, ed alle sentenze che alcuni de’ più colpevoli fossero fucilati o in altro modo puniti, gli usurpatori costretti a render l’usurpato, i diritti del pubblico sopra le fonti e le vie restituiti, e alcuni vietati di riedificare le tanche demolite. Fu applaudito a questa giustizia, ma il popolo che ragiona sempre con non buona logica, ne dedusse, che dunque i demolitori non avean fatto iniquità, e però ingiustamente erano perseguitati e puniti. Intesero allora molti che i ripetuti riclami de’ consigli comunali contro gli usurpatori, che si punivano, si erano tenuti perchè non giugnessero al governo, ecc.

Il Re poco dopo fece grazia a’ condannati raccorciando la durazion della pena a quelli che sarebbero dovuti restare alla galera o a vita o a 20 anni, e facendo intera remissione a coloro, il cui castigo era dentro termini più angusti; e questo avvenne quando i condannati ricorsero per dolersi delle esazioni della commessione da essi caratterizzate come esorbitanti e perentorie.